Favole della buonanotte: Per non parlare della fine del mondo

È una fredda serata, da qualche parte sul finire dell’inverno, e le giornate hanno, da poco, ripreso ad allungarsi; la luce azzurra del crepuscolo inizia la sua lenta discesa sul piccolo villaggio di Bøur: accarezza le sagome delle alte scogliere, scivola lungo i pendii delle colline e, fra non molto, arriverà a sfiorare la sabbia, scura, della piccola spiaggia.

L. sta raccontando la sua, ennesima, storia: è la quinta, l’ultima della mia raccolta.

Sediamo entrambi sul lungo, e stretto, pontile di legno che, dalla spiaggia, scivola poi sulle acque della baia: il mare è, eccezionalmente, calmo; il vento le smuove i lunghi capelli biondi che, a più riprese, le sfiorano le labbra.

È l’ultimo di una serie di appuntamenti, clandestini oserei dire, durante i quali L. mi ha intrattenuto con una serie di storie al fine di aiutarmi nella stesura del mio primo libro, un progetto che, ancora non sa, ho abbandonato da mesi.

Il vento del nord, dopo una giornata inaspettatamente mite, torna ad agitarle i capelli che, a più riprese, le sfiorano le labbra costringendola ad interrompersi.

Ne approfitta per chiedermi come stia andando la stesura del mio libro, quello che, almeno così le avevo promesso, sarebbe dovuto essere pronto entro la fine dell’anno; io, troppo codardo per ammettere di aver abbandonato l’idea, ma non abbastanza da ricorrere alla menzogna, decido di starmene zitto.

Le prime nuvole della giornata si stanno radunando all’orizzonte, in lontananza la sagoma scura di Drangarnir – una scogliere dalla forma vagamente rassomigliante un arco – è, per la prima volta dopo settimane, libera dalla morsa della foschia: è, indubbiamente, un buon momento per un po’ di silenzio, ma L. – il vento del nord sta ancora giocando, annoiato, con i suoi capelli – continua quello che ha tutta l’impressione d’essere sul punto di diventare un lungo interrogatorio:

-Che ne è delle Favole della Buonanotte?

Si riferisce ad un capitolo del quale le avevo parlato – ai tempi lo ritenevo una delle parti più interessanti di quello che, con un po’ di fantasia, sarebbe diventato il mio primo libro – e di cui  lei era, suo malgrado, la protagonista.

Opto per una, poco credibile, bugia e le dico che tutto procede per il meglio e che, una volta tornato a casa, mi occuperò della stesura definitiva.

Il vento, intanto, non ha smesso di scompigliarle i lunghi capelli biondi – è comprensibile, del resto, è un vento annoiato che non ha altro con cui giocare, non ci sono alberi, foglie e gli steli, bruciati dal freddo, delle brughiere sono troppo bassi  per rappresentare un’alternativa convincente a quella folta chioma dorata – e a nulla valgono i tentativi di cercare un qualche posto che sia, si fa per dire, riparato.

Rassegnata, tenta di riprendere la sua storia – quando la ha interrotta, un gigante aveva, da poco, rubato il martello di Thor e quest’ultimo si stava preparando per andare a recuperarlo -, ma la interrompo: i racconti dei giorni e delle settimane precedenti sembravano puntare una direzione ben precisa – appartenevano tutti a quel filone tematico che, dagli eventi della morte di Baldr conduce, inevitabilmente al Ragnarok, la fine del mondo – e, proprio quest’ultimo è il mito che mi sarei aspettato di sentire questa sera.

Lei, per tutta risposta, dice che solo uno sciocco vorrebbe parlare della fine del mondo al termine di una bella giornata: ha ragione, quella di oggi è stata, senza ombra di dubbio, una bella giornata e non avrebbe senso che si concludesse con il racconto, sia pure in una versione edulcorata e fiabesca, della fine del mondo.

Thor, a questo punto, si è travestito da donna e, in compagnia di Loki, sta andando a riprendersi il suo martello: l’immagine di un Thor, possente e barbuto, in gonnella è sufficiente a farmi tornare il buon umore.

Prima che ci venga dato il tempo di accorgercene, arriva la notte: nel villaggio, che fino a qualche minuto prima si sarebbe potuto dire deserto, si accendono le prime luci mentre, ad ovest, alle spalle delle alte scogliere compare qualche timida stella.

Camminiamo lungo le strette stradine del villaggio fino all’unico – e minuscolo – parcheggio: ci aspetta, ancora, un lungo viaggio.

Fuori dal finestrino, la luce della luna si riflette sul mare -inaspettatamente calmo – , poi sull’asfalto scuro, umido di pioggia.

Scendiamo dalla macchina, L. mi saluta con un abbraccio e un bacio sulla fronte: la seguo con lo sguardo mentre si allontana, dopodiché mi incammino, anch’io, verso casa.

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