Di Draghi e Personaggi

È una di quelle epifanie, talvolta scomode, che capitano di frequente quando, distrattamente, si volge lo sguardo al passato.

Nello specifico, rileggo quel variegato insieme di bozze, annotazioni e virtuosismi mancati che, con una abbondante dose di fantasia, avrebbero dovuto – potuto? – trasformarsi nel mio romanzo d’esordio: sono un centinaio di pagine, forse più, rilegate e conservate con quella stessa cura che, in un remoto passato, doveva essere riservata alle più preziose delle reliquie.

Sono le impressioni, emozioni – e perché no, anche invenzioni – risalenti al mio primo, vero, viaggio in Scandinavia: quella che per me è, ora, “casa” – o che comunque ne è un degno surrogato – è stato, seppur per un brevissimo istante, qualcosa di remoto, sconosciuto e, a tratti, spaventoso.

L’immaginario corre, ora e per il tempo appena sufficiente ad una breve digressione, a quelle antiche mappe dei naviganti, approssimative – ma colorate – e piene zeppe di mostri marini: una cara amica, nel suo appartamento appena fuori Bergen, in Norvegia, ne aveva una appesa alla parete: datata 1654, ma con tutta probabilità una riproduzione tardo-ottocentesca.

Carte come questa – dove un colorato serpente marino nuota, beato, nelle acque dell’Atlantico settentrionale – erano, del resto, la norma: solo con il tempo, dopo le prime spedizioni ‘felici’, gli uomini devono aver capito che le cose da temere erano altre e, in breve tempo, i draghi scomparvero dalle mappe.

Questa è, per me, una delle grandi tragedie -taciute- della fantasia: i draghi scomparvero dalle mappe allo stesso modo in cui, solo una manciata di secoli prima – sempre in Scandinavia – gli déi erano stati banditi, definitivamente, dalla Terra.

Ora che abbiamo appurato che il nostro mondo, e ahimè anche la Scandinavia, è ormai libero dai draghi, posso spingermi un po’ più in là e azzardare che, tra quella cartina, ingiallita ma dai colori inaspettatamente vividi, e i fogli che mi trovo ora ad ispezionare, non ci sia in realtà alcuna differenza sostanziale: sono entrambi capolavori della nostalgia.

Nostalgia di cosa? Forse di quell’ultima cosa che, dopo gli déi e i draghi, ha lasciato la Terra: l’ignoto.

Nell’ottocento, nessuno crede più ai draghi e ai mostri, l’oceano è ancora grande e pericoloso, ma questi pericoli sono – se paragonati alle pittoresche leggende del passato – noti: la nostalgia, allora, porta a guardare al passato, al variopinto reame dell’ignoto.

Così, mentre un anonimo cartografo disegna, da qualche parte tra la Norvegia e l’Islanda, il suo ultimo mostro marino, io volgo lo sguardo ai miei primi racconti: la Scandinavia era, allora, fredda e, soprattutto, ignota.


Il primo personaggio che incontro è S., 25 anni ed è, o almeno così mi pare di ricordare, Svedese: non la ho mai incontrata di persona, ma so che è bionda, alta e che, in un dato momento della sua vita deve essersi trovata a passare la notte nello stesso ostello dove, solo qualche mese più tardi, capiterò anche io.

In questa parte del racconto io non compaio: intervengo solo come narratore omnisciente-reticente – qui la via seguita è, indubbiamente, quella tracciata da Kundera – e, dell’Ignoto, per il momento, nemmeno l’ombra.

La vicenda di S – ora ricordo, Sigrid è il nome che avevo pensato per lei – occupa circa una cinquantina di pagine; incontrerà, ad un certo punto, M. , assente nelle stesure successive, poi, di lei non sapremo più nulla.

Nel loro ultimo paragrafo insieme, lei e M. stanno camminando, in silenzio, lungo un sentiero di montagna: nessuno dei due vuole rivolgere la parola all’altro, ha da poco iniziato a nevicare e l’ultima battuta di Sigrid è data semplicemente dal rumore di quel primo strato di neve che scricchiola sotto ai suoi scarponi.

Non ho, ancora, scritto un finale per lei, ma sono convinto che la risposta a questa domanda si nasconda proprio in quel primo capitolo: abbiamo detto che lei e M. non si parlano, stanno camminando in silenzio, ma cosa è successo?

I due hanno discusso, il sole è appena tramontato e ha, da poco, iniziato a nevicare: possiamo immaginarli mentre rientrano in ostello – i due dividono una stanza nel dormitorio misto – , Sigrid è stanca, va a letto e M. è orgoglioso, non parla.

M, però, si è dimenticato che lei partirà la mattina dopo, non fa in tempo a salutarla e, improvvisamente, di lei non sapremo più nulla e, lui, non saprà nemmeno dove andare a cercarla.

Ho detto, prima, che il mio ruolo è quello di essere il narratore, omnisciente, dell’intera vicenda, sarebbe quindi logico aspettarsi che, io, sappia, oltre ogni ragionevole dubbio, dove sia andata e che, involontariamente, io lo suggerisca ad M. che, pure, è una mia creazione a cui voglio – paternamente – bene.

Eppure non posso farlo: Sigrid è, deve essere, andata in un posto che non conosco, che non ho mai visto e che, addirittura, non ho mai sentito nemmeno nominare. È l’unico modo che mi è dato per salvare l’ignoto.

Non tutto è perduto però: possiamo sempre immaginare.

Mi immagino una Sigrid – non la ho mai incontrata, ma so che è bionda – che è andata , dove non sappiamo.

La possiamo immaginare seduta su di una calda spiaggia tropicale , oppure da qualche parte nell’atlantico del nord mentre, con una vecchia carta nautica tra le mani, cerca di capire se quelli che vede all’orizzonte siano scogli o le creste di uno degli ultimi serpenti marini di cui tanto si faceva un gran parlare.

E, a noi, non resta che augurarle buona fortuna.

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