Appunti sulla scomparsa dei draghi

Avevo passato la mattinata seduto tra i banchi della Biblioteca Nazionale, con la testa china su una serie di documenti che avevo ottenuto grazie all’aiuto di alcuni amici. Solo nel primo pomeriggio, quando la grande sala andava ormai svuotandosi, mi ero ricordato di un appuntamento fissato già qualche settimana prima – e che quindi difficilmente avrei potuto rimandare all’ultimo minuto – e per il quale ero ormai in ritardo. Ho attraversato la grande sala con passo svelto, un’imbarazzante via di mezzo tra una corsa e una camminata saltellata, sperando di avere la possibilità, e il tempo, di fare qualche copia dei testi consultati durante la mattinata. Sfortunatamente, la cosa non era possibile, così ricordo di aver chiesto alla addetta alla sala, un’elegante signora sulla quarantina molto attraente, avvolta in un completino color smeraldo, se le fosse stato possibile tenermi da parte alcuni di quei fascicoli in modo da potervi accedere nuovamente senza dover, per forza, ripresentare la richiesta. Lei, sorridendo, aveva risposto che non era possibile, che le regole erano le regole e che, dal momento che la richiesta di consultazione era stata avanzata da un’altra persona, sarebbe toccato a lei occuparsi di tutte le richieste speciali. Avrei voluto chiederle di fare un’eccezione, ma mi sono reso conto che non avrebbe fatto altro che negarmi l’autorizzazione una seconda volta per ricordarmi che “le regole sono le regole “, così ho desistito: ho fatto di nascosto qualche foto al titolo di uno degli studi e ad alcuni passaggi che dovevano essermi sembrati interessanti per poi precipitarmi verso l’uscita. Uscendo dalla biblioteca ho pensato alla bibliotecaria, al fatto che il suo atteggiamento non aveva alcuna ragione di sorprendermi e che, per alcune persone, la vita stessa si riduce ad una serie di imperativi, apparentemente sciocchi, da seguire ad ogni costo: forse per quella signora l’importante era sorridere e rispettare le regole – e, di conseguenza, fare in modo che queste venissero rispettate – e, queste, dovevano essere per lei ragioni più che sufficienti per vivere e continuare a sorridere.

Il percorso più breve per raggiungere il Museo di Storia passava attraverso il parco al centro della città, un grande giardino alberato che circonda l’edificio del Teatro Nazionale: era una calda giornata di inizio giugno, il sole era alto nel cielo – lo sarebbe rimasto fino alla tarda serata – e il parco era stato letteralmente preso d’assalto: c’era chi prendeva il sole, chi studiava, chi pranzava con gli amici seduto sull’erba e chi invece, all’ombra degli alberi, andava cercando solo un qualche riparo dalla soffocante calura estiva. Camminando avevo pensato che mi sarebbe piaciuto passare un pomeriggio lì, disteso a non fare niente, ma avevo presto capito che anche quella del “non fare niente” è, a modo suo, un’arte e non ci si può certo aspettare che chiunque ne sia in grado. Ho sempre pensato che solo le persone felici, o perlomeno tranquille, possano permettersi di passare un pomeriggio così, senza fare nulla, ma io, almeno per ora, non sono né l’una ne l’altra cosa, sono una di quelle persone che non sono capaci nemmeno di fare niente. Il pensiero deve avermi intristito perché ho accelerato il passo fino a lasciarmi il parco alle spalle, solo una volta raggiunto il marciapiede, spoglio, ho ripreso la mia andatura normale per poi proseguire sotto lo sguardo vigile di una fila di statue.

Quando sono arrivato, K. era già lì ad aspettarmi: stava seduta, da sola, davanti ad una delle teche del museo, contenente i resti del portale di una vecchia Stavkirke – una delle chiese di legno tipiche della Scandinavia del XII-XIII secolo – , la stessa davanti alla quale ci eravamo incontrati la prima volta, due anni prima, la quale , da allora, era diventata il nostro punto di ritrovo. Era un portale che K. conosceva molto bene, perché aveva passato gli ultimi anni, eccezion fatta per un periodo di chiusura del museo, a studiarlo: c’erano raffigurati alcuni episodi tratti dal mito di Sigfrido e, proprio su questo dettaglio, lei ci aveva scritto una qualche tesi di laurea, della quale, però, non mi aveva mai parlato nel dettaglio: si era sempre limitata a dei discorsi piuttosto vaghi – diceva, ad esempio, che le piaceva il fatto che un soggetto tipicamente pagano fosse riuscito a farsi strada sino alle porte di una chiesa e che, dopo la distruzione di quest’ultima qualcuno si fosse preoccupato di conservare proprio quel dettaglio per oltre tre secoli – tanto che ogni volta avevo avuto l’impressione che quello che andava condividendo con me fosse una sorta di “riassunto per i non addetti ai lavori “, cosa che avevo trovato vagamente offensiva dal momento che, anche se non avevo passato gli ultimi due anni a studiare un portale ligneo, ero abbastanza sicuro che sarei stato in grado di seguire i suoi discorsi senza che lei dovesse preoccuparsi di abbassarne il tono. Ad ogni modo, doveva essersi accorta di questa mia insofferenza perchè, di lì a breve, dopo qualche altro tentativo fallimentare, avrebbe smesso di parlarmi delle sue ricerche. La cosa, sia detto a mia profonda ed eterna vegogna, non mi era dispiaciuta affatto: non avevo mai apprezzato particolarmente l’arte di quel periodo – il medioevo scandinavo -, se non altro per un fatto estetico: ero convinto, e in parte lo sono tutt’ora, che quelle forme grezze, a tratti primitive, avessero ostacolato, forse persino nascosto, la straordinaria sensibilità artistica – o, meglio, poetica – delle genti del nord, al punto che, ormai da qualche anno, avevo decisio di dedicarmi quasi esclusivamente allo studio dei miti e dei racconti, dove quelle poetica aveva potuto esprimersi oltre i limiti imposti dalla forma materiale. Pensavo spesso, e lo usavo altrettanto spesso come esempio di supporto alla mia tesi, ad un passo della Ragnarr’s Saga, la saga di Re Ragnarr, che avevo – per questo e per altri scopi, dal momento che la protagonista della saga era stata una dei miei primi amori letterari – imparato a memoria: in quella scena, Aslaug, la sposa di Re Ragnarr, è intenta a pettinarsi i lunghi capelli rossi quando viene raggiunta da due emissari messaggeri giunti lì per comunicarle la morte dei figli del marito. Aslaug, alla notizia, scoppia in lacrime: la strofa recita “[ le lacrime ] sembravano sangue, ma erano dure come chicchi di grandine ” e, ancora, ” nessuno aveva mai visto nulla di simile al modo in cui le sgorgavano le lacrime, né lo vedrà poi “: ho sempre pensato che nessuna delle arti figurative avrebbe mai potuto rendere questo passaggio alla maniera della scrittura.

K, ovvimamente, non ha mai condiviso questa mia visione, ma è mia profonda convinzione che ci siano cose che solo la scrittura – proprio perchè svincolata dalle leggi dell’apprezzamento estetico – è in grado di dire e che in questo si celi il suo primato su tutte le altre forme d’espressione artistica. Sono certo, poi, che tra queste cose cui solo la scrittura può rendere giustizia vi debbano essere le lacrime di Aslaug, e questa è una delle poche certezze che mi sento di avere. Del resto, anche il portale che K aveva studiato per anni doveva la sua esistenza alla scrittura: se qualcuno, nel corso dei secoli, si fosse dimenticato di Sigfrido e della sua storia le immagini scolpite avrebbero presto perso di ogni significato , mentre, se solo quel portale, o tutti i portali del ,ondo visto che la cosa non fa differenza alcuna, fossero andati perduti, l’esistenza, o il ricordo, di Sigfrido e del suo mito, non avrebbe avuto nulla da temere.

Certamente qualcuno avrebbe potuto obiettare che saghe, miti e leggende erano sopravvisute per molti secoli grazie alla tradizione orale e non a quella scritta, ma si sarebbe trattato di una semplice sottigliezza: in tal caso mi sarei limitato a sostituire il termine “scrittura” con “parola” e la roccaforte del mio ragionamento si sarebbe fatta insepugnabile. Ecco un’altra immagine che mi piace, l’insespugnabile roccaforte della supremazia della parola. Il mio pensiero, però, non voleva essere “radicale”, anzi, più volte avevo desiderato di avere la stessa sensibilità di K, di essere in grado di emozionarmi allo stesso modo di fronte ai resti di un vecchio portale, ma la cosa non mi era mai riuscita: credo che ciascuno di noi nasca con una sua personale dose di sensibilità e che da questa dipenda la maniera in cui guardiamo al mondo.

Dopo un lungo silenzio, K ha iniziato a rivolgermi una serie di domande, alcune meno opportune di altre, alla quale non sono riuscito a rispondere: ad un certo punto mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto che cosa ci facessi lì, in Norvegia, quanto ci sarei rimasto e cosa avrei fatto al mio rientro, così sono stato costretto a risponderle – non ho mai retto il peso di quei suoi occhi grigi – : le ho detto che non lo sapevo, che non avevo piani, che non ne avevo mai fatti, e che se ero arrivato ad Oslo era perchè avevo, semplicemente, bisogno di pensare e, forse, ricominciare. È stato allora che mi ha invitato a passare il weekend con lei nella regione di Valdres, poco più a Nord della capitale. Io, a dire il vero, volevo solo godermi la Norvegia in solitudine, andare verso Nord – ma il vero Nord, quello del circolo polare – , sedermi in mezzo a una delle ultime macchie di neve a leggere, forse scrivere, e aspettare una qualche illuminazione, ma sapevo anche che non potevo permettermi di declinare l’invito, che la nostra amicizia era già, per via della distanza, fin troppo fragile e che non avrebbe avuto senso comprometterla ulteriormente rifiutando un invito così gentile: ho accettato e ci siamo datti appuntamento per quella stessa sera.   Erano circa le cinque del pomeriggio, il sole era ancora alto nel cielo e, passando per il parco, ricordo di aver avuto l’impressione che non fosse cambiato nulla, che quelle ore passate nel museo non fossero esistite per altri che per me, dal momento che tutto sembrava esattamente come lo avevo lasciato: c’era chi prendeva il sole, chi giocava a pallone e chi, invece, cercava un qualche riparo dalla calura estiva.

Avrei voluto sapere se quelle persone erano davvero le stesse di prima, se erano rimaste lì ad aspettarmi, ma era un pensiero stupido: lo ho accarezzato per qualche minuto e poi, come tale, lo ho allontanato.

II

Il viaggio, a detta di K, non sarebbe durato più di un paio d’ore: la strada si arrampicava lungo stretti passi di montagna e boschi di conifere che, di tanto in tanto, cedevano il posto a pendii erbosi costellati di piccole fattorie colorate. Mi sarei aspettato che lei approfittasse del tempo insieme per recupeare un po’ del tempo perduto, ma mi sbagliavo: durante tutta la prima parte del viaggio non ha fatto altro che parlare del paesaggio, delle vallate in cui era cresciuta e delle luminose notti estive. Per una buona ventina di minuti non aveva parlato d’altro che di quest’ultime, ma tutto quello che ero riuscito ad immaginarmi era stata un’unica. lunga, estate senza stelle: il pensiero mi ha intristito a tal punto che ho scelto di rimanere in silenzio per un po’. Ho rivolto lo sguardo a quel paesaggio nuovo e ho provato ad immaginarlo come non lo avrei visto: illuminato dal chiarore azzurro di una notte di luna piena.

D’un tratto, nel mezzo di questo esercizio d’immaginazione, il paesaggio mi deve essere parso sorprendentemente simile a quello della cui vista avrei potuto godere a casa, in Valtellina, perché mi sono ritrovato a pensare ai boschi della provincia, non troppo diversi da quelli che andavo allora attraversando e il pensiero – fortunatamente fugace – mi ha, lo ricordo ancora, letteralmente terrorizzato: mi sono sentito come se quel viaggio, faticosamente organizzato, fosse in realtà inutile, come se, dopo migliaia di chilometri percorsi, io mi ritrovassi ancora lì, in quel posto dal quale avevo a lungo cercato di scappare e che, forse, mi avrebbe perseguitato fino alla fine dei miei giorni. Solo la vista dei primi cartelli stradali, in norvegese, sarebbe riuscita a rassicurarmi: non ero a casa, ero lontano, molto lontano e, cosa più importante, avrei continuato ad allontanarmene. Quando questi pensieri mi hanno, finalmente, lasciato libero, il sole era ancora fastidiosamente alto nel cielo; K aveva ragione, non avrei visto le stelle quella notte e, ovviamente, nemmeno la seguente: forse, diceva, se fossi rimasto ad Oslo sarei riuscito a vederne qualcuna, ma nemmeno lì avrebbe fatto davvero buio. Ho richiamato alla mente l’immagine di una cartina geografica e vi ho tracciato una linea poco al di sopra di Oslo. La ho chiamata qualcosa come ” la linea delle ultime stelle”, ma era un nome banale e mi sono ripromesso ne avrei trovato un altro.

Solo verso le 10 di sera il sole ha iniziato quella che si sarebbe poi rivelata essere una lentissima discesa al di sotto dell’orizzonte. Ci siamo fermati a mangiare qualcosa in un piccolo ma accogliente locale lungo la strada, ed è stato lì che K ha finalmente trovato il coraggio di chiedermi come stessero andando i miei studi. Io non ho avuto la forza di risponderle: non riuscendo a dirle la verità, che avevo dovuto sospendere e che, probabilmente mi sarei dovuto ritirare, ho improvvisato raccontandole una bugia. Non lo fatto perchè me ne vergognavo, o forse un poì si, ma non era quella la motivazione principale: sapevo infatti che, nel dirle la verità, la avrei dovuta aggiornare su tutta una serie di altri problemi ed avvenimenti che, almeno in quel momento, volevo fingere non esistessero. Ripreso il viaggio, K. è rimasta stranamente in silenzio: non la ho voluta disturbare, quindi mi sono limitato a guardare il paesaggio scomparire nello specchietto retrovisore: dietro di noi, nella calda luce di un tramonto che pareva eterno, scomparivano le foreste, i laghi, i pendii disseminati di fattorie: sessanta chilometri all’ora su una stretta strada di montagna, la velocità dell’oblio.

III                                                                                                                       

Ho avuto difficoltà ad addormentarmi: il sole è tramontato poco dopo le 23 , ma non ha fatto in tempo a farsi buio che già la luci dell’alba andavano bussando alla finestra, così sono sceso al piano di sotto, cercando di essere quanto più silenzioso possibile. Al piano terra, incorniciata sopra al grande camino della sala, c’era una copia di una vecchia carta nautica della Scandinavia: gli oceani erano disseminati di mostri marini – draghi, serpenti, trolls – e barchette colorate le quali cercavano, disperatamente, di orientarsi in quegli abissi spaventosi, tanto che, nel tratto di mare che separa la Norvegia dall’Islanda, una di queste era caduta preda di un serpente marino, un drago colorato, che cercava di affondarla. Sono rimasto lì, in piedi, a fissarla per per una ventina di minuti, forse di più, come se da un momento all’altro quel serpente avesse potuto iniziare a muoversi e la nave affondare.

– È una riproduzione dell’ottocento, l’originale è la Carta Nautica di Olaus Magnus, 1539, credo. È la prima mappa dettagliata della Scandinavia.

K. era lì, in piedi alle mie spalle e doveva esserci stata per una buona decina di minuti, forse, quasi certamente, di più. Le ho confessato che avevo avuto difficoltà ad abbandonarmi al sonno, visto anche che il bussare delle luci dell’alba alla piccola finestra mi aveva destato da quella sorta di dormiveglia nella quale ero, a fatica, sprofondato. Abbiamo guardato insieme la cartina e la sua cornice in gesso dorato: le ho detto che mi piacevano quel genere di cose, ma non le carte nautiche, bensì i draghi, o il fatto che qualcuno, nell’ottocento avesse sentito il bisogno di riportarli sulle carte geografiche, anche se solo per il breve istante di una riproduzione. Ho pensato che certamente doveva esserci stato un tempo in cui gli oceani erano abitati dai mostri, o in cui, comunque, le persone dovevano averci creduto davvero e che, un giorno – non riesco, per quanto io mi impegni, ad immaginarmi un simile cambiamento come graduale – gli oceani si dovevano essere fatti, improvvisamente, deserti: i draghi ci avevano abbandonato e non sarebbero più tornati. Guardavo la cartina in silenzio e immaginavo una storia parallela alla nostra, una storia di grandi spedizioni marittime all’inseguimento del ricordo, ormai perduto, dei grandi mostri marini. Ho fissato a lungo la cartina: l’eco di un passato ormai tramontato si faceva udire, flebile, da un qualche luogo ormai al di sotto dell’orizzonte. K era ancora lì al mio fianco, ma guardava altrove. Ho pensato, ed è stata come una sorta di improvvisa rivelazione, che era così che doveva essersi sentita, lei, di fronte a quel vecchio portale al museo, quello con la storia di Sigfrido – il quale aveva, casualmente, lottato contro un drago – che gli correva tutt’intorno. Forse la vista la emozionava perchè le portava alla mente l’idea di un tempo lontano, forse addirittura lo stesso a cui pensavo io, un tempo di cui nessuno dei due poteva, certamente, avere memoria, ma del quale inseguivamo, disperatamente, il ricordo. Ho riflettuto sul fatto che l’idea di mettere il mito di Sigfrido su di un portale di una chiesa cristiana non era poi tanto diversa dal dipingere un drago su di una carta geografica, e che, forse, io e K. avevamo lo stesso problema, che entrambi avevamo nostalgia dei draghi, ma era un pensiero stupido – il secondo della giornata – e, come tale, lo ho finito per abbandonare.

IV

Per il giorno successivo K aveva organizzato una visita guidata ad una vicina Stavkirke – una di quelle vecchie chiese di legno a cui credo di avere già accennato – , dove il custode ci avrebbe atteso nel tardo pomeriggio. L’edifico era piccolo e, nonostante le finestrelle che vi erano state aperte, rimaneva piuttosto buio e silenzioso. C’era, nell’aria, un buon profumo di legno misto a resina e l’nsieme risultava vagamente accogliente. In piedi, vicino alle scale – anch’esse di legno – che conducevano all’organo, stava un ometto basso dai capelli grigi che, lo capii quasi subito, sarebbe stato la nostra guida.

L’ometto, che dava l’impressione di essere vagamente scocciato, ha iniziato a descrivere gli interni della chiesa: parlava norvegese, a tratti borbottava qualcosa in inglese, ma per la maggior parte del tempo era toccato a K il compito di tradurre per me. Le ho detto di continuare la visita da sola, non aveva senso che lei si preoccupasse di me e che, qualora avesse scoperto qualcosa di interessante, avrebbe potuto raccontarmelo in seguito: ho preso una delle brochure, in inglese, e mi sono seduto a leggere. K e quell’ometto severo, intanto, proseguivano la loro visita: li ho osservati per un po’, cercando di cogliere qualche parola, ma parlavano molto velocemente e a voce alta, l’uno sopra all’altra, tanto che, per un istante, ho avuto l’impressione che stessero discutendo, così ho desistito. Comunque, non mi sbagliavo: il custode – dopo aver visto la foga con la quale difendeva le sue posizioni non mi sento più di poterlo chiamare “ometto” – ora stava urlando, ma K non era certo da meno e, anzi, a tratti la sue voce squillante riusciva a sovrastare quella del suo avversario, la quale, pure, rimbombava, bassa, nella chiesa deserta. L’oggetto della controversia era, lo avrei scoperto di lì a breve, una maschera ornamentale la cui visione non ci era stata concessa e che era conservata nella parte più alta dell’edificio: K doveva conoscerla molto bene – ho avuto l’impressione che quella discussione fosse qualcosa di più di un che di accidentale, come se la avesse preparata in anticipo – visto che, altrimenti, conoscendola, non si sarebbe mai messa ad urlare. Ad un tratto, entrambe le parti hanno inizato a rivolgersi, in inglese, al sottoscritto: mi hanno mostrato una foto della maschera in questione: vi era raffigurato un volto con un solo occhio e l’espressione contratta in un ghigno; la lunga lingua penzolava fuori dalla bocca e, almeno così sembrava, aveva qualcosa intorno al collo. Secondo K, quello non avrebbe potuto essere altri che Odino, ma il custode – che ora aveva assunto un tono vagamente supponente – non era d’accordo e insisteva sul fatto non vi fossero gli elementi per potersi esprimere sull’identità della figura. Io, da buon vigliacco, ho preferito tenermene fuori: ho detto che sì, certamente, c’erano gli elementi per poter credere che quella figura fosse Odino, ma che non c’era modo di esserne sicuri. I due litiganti si sono guardati intorno, come se da un momento all’altro potesse comparire un giudice più risoluto che avrebbe posto fine alla contesa – che nulla ormai aveva più a che vedere con la maschera di Odino, essendo diventata ormai una questione d’onore -, ma così non è stato: K è uscita dalla chiesa sbuffando e io, mio malgrado, la ho dovuta seguire.

Il sentiero che ci avrebbe ricondotti verso casa passava attraverso una foresta di conifere, la quale, a sua volta, era attraversata, nel messo, da una serie di piccoli laghetti rotondi dalle acque calmissime. K, intanto, non parlava: se ne stava in silenzio, a volte borbottava qualcosa tra sè e sè, ma teneva lo sguardo fisso sulla strada e nel tentativo di ignorarmi. Io, a dire il vero, la capivo, lei si aspettva che io prendessi una posizione – possibilmente la sua, ma qualunque cosa sarebbe stata preferibile al silenzio – , e la avevo delusa. Certamente sapevo che quella figura era Odino, che non si poteva di certo sbagliare e, anch’io, avevo trovato fastidioso l’eccesso di prudenza del custode: se non la avevo aiutata, se avevo scelto di non aiutarla, era solo perchè, tra noi due, era sempre stata lei quella forte, quella che aveva potuto dedicarsi per due anni allo studio di ciò che amava, mentre io, agli occhi di tutti – e forse, persino ai miei – non ero altro che uno studente rinunciatario che impegnava il suo tempo dedicandosi a ricerche ben al di sopra delle sue possibilità.

Avrei voluto dirle che credevo in lei, nella sua posizione e che, a mancarmi, non era tanto la fiducia nelle sue – e nelle mie idee – quanto quella in me stesso; in un certo senso, temevo che un mio eventuale ingresso nella discussione le avrebbe arrecato più danno che altro: perchè una dottoressa avrebbe voluto avvelersi del mio aiuto? Sapevo bene che, qualora io avessi sostenuto K, il custode avrebbe potuto chidermi quali qualifiche io avessi per intervenire e io avrei dovuto rispondere che non ne avevo, che semplicemente avevo letto qualche decina di libri sull’argomento. Ad ogni modo, ormai era tardi: K aveva ricominciato a parlare, io ho fatto finta di niente e ho seguito il suo esempio.

Il sole aveva, da poco, iniziato la sua lenta discesa: la luce rosata del tramonto andava riflettendosi nelle acque di uno dei laghetti. Ho chiesto a K se, in Norvegese, ci fosse una parola per descrivere quel momento in cui l’acqua è così calma da potercisi specchiare: lei ha risposto di sì, che la parola che andavo cercando era blikkstille. Ho confrontato, mentalmente, il termine con il suo equivalente faroese, Silvitni, e ho deciso che, quest’ultima, sarebbe stata, almeno per un altro po’, la mia parola preferita.

V

Poco dopo le 23, K. mi ha raggiunto in camera: voleva scusarsi. Per una decina di minuti non ha fatto altro che ripetere che non avrebbe dovuto coinvolgermi, che quella era stata una mossa poco elegante e che se ne dispiaceva terribilmente. Io le ho risposto che non doveva preoccuparsi, che ero stato io ad essermi comportato da codardo e ho provato a spiegarle le mie motivazioni. Le ho detto anche che avevo apprezzato il fatto che a lei fosse importato dalla mia opinione e che era un po’ che non capitava. Ho provato a spiegarle che non era certo la prima volta in cui avevo trovato difficile prendere una posizione, anzi, era un problema che mi portavo dentro da anni, forse sin dalla scuola elementare o, comunque, dalla prima adolescenza. Questo però non voleva dire che io non appoggiassi le sue posizioni – le ho ribadito che ero sicuro quello nella maschera fosse Odino – , ma che, da tempo, avevo imparato che avere ragione non è una condizione sufficiente ad uscire vincitori da una controversia, e che, ormai da anni, avevo deciso che mi sarei impegnato solo in quelle battaglie che ero sicuro avrei potuto vincere. Ho dovuto trattenere le lacrime mentre le dicevo che ero stanco, non ne potevo più degli errori e delle sconfitte, di sbagliare ogni cosa e che persino una sconfitta insignificante, come l’avere la peggio in una stupida discussione circa l’identità di una vecchia maschera, sarebbe stata troppo. Deve aver pensato che fossi pazzo, ma non ha aperto bocca, così sono andato avanti e le ho confessato tutto quello che avevo cercato di nasconderle durante il viaggio in macchina: le ho detto – tra le tante cose- che non studiavo più, che ero stato sconfitto pure su quel fronte e, di questo, me ne vergognavo terribilmente dal momento che studiare mi mancava da morire – come solo poche altre cose potevano mancarmi – ed era forse l’unica cosa, a parte le fotografie, che sentivo di poter fare bene.

Ho confessato – perdonerete la ripetizione – anche che, ovunque andassi, non mi separavo mai da una pila di vecchi saggi dell’università da leggere e che, anche se sapevo che era una cosa inutile, non riuscivo a farne a meno, che tra quelle pagine doveva esserci, lo sentivo, la mia ragione d’essere, d’esistere, ma che, allo stesso tempo, ogni volta che provavo a leggerle sentivo il bisogno di nascondermi, come se da un momento all’altro qualcuno potesse comparire all’improvviso, come Mefistotele di fronte al Dottor Faust, sorprendermi nella lettura e ricordarmi quanto inutili fossero i miei sforzi, che quelle cose non avrebbero più fatto parte della mia vita, e non mi sarebbe rimasto altro da fare se non rassegnarmi al mio futuro perduto.

Mi ha sorriso come se avesse capito cosa volessi dire, poi mi ha salutato: mi ha detto che quello era un luogo sicuro e che avrei potuto studiare lì per tutto il tempo necessario, poi ha chiuso la pesante porta di legno dietro di sè: il mattino seguente saremmo andati ad arrampicare ed era ora di dormire.

Ho pensato brevemente alla signora della biblioteca e a quanto stupido fosse il mio pensiero del giorno prima: far rispettare le regole non era certo il suo imperativo, ma doveva rappresentare una piccola vittoria, così come per il custode della chiesa doveva essere stata una piccola vittoria vedere K allontanarsi senza controbattere. Del resto, se io ero arrivato al punto da temere come la morte – anzi, forse di più – le piccole sconfitte, come avrei potuto negare l’importanza delle piccole vittorie? Ho provato una strana sensazione, quasi di gioia, nel pensare che le mie piccole sconfitte, forse, avrebbero potuto essere d’aiuto a qualcuno.

Un temporale estivo mi ha tenuto compagnia per le due ore successive, l’acqua batteva incessantemente sul tetto di lamiera, ma almeno fuori era buio.

Ho preso sonno poco dopo le 02:00.

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