Frigga: come finestre da cui lacrimava la notte

È una fredda notte di fine febbraio: le giornate hanno da poco ripreso ad allungarsi e, inaspettatamente, non c’è vento. La stanza è piccola ed è occupata quasi per intero da due letti singoli (premuti contro le pareti) e da un grande armadio laccato di bianco. Nel mezzo della parete di fondo, nello spazio vuoto tra una testata e l’altra, è stata maldestramente ricavata una piccola finestra che non è possibile aprire: dalla parte opposta del vetro, la luce della luna piena si riflette nelle acque calme della baia che, con fare costante, si infrangono sugli scogli.

Dalla piccola finestra, la luce della luna proietta, sul pavimento in finto parquet, un quadrato di luce azzurrognola.

L, avvolta nel suo caldo pigiama di lana rosa, occupa il letto sulla destra: ha appena finito di raccontare una delle sue storie. La voce, bassa ed un poco più rauca di quello che il suo aspetto potrebbe suggerire, va scandendo le ultime parole mentre il suo guardo è fisso sulla porzione di pavimento debolmente illuminata.

Questa sera è stata la volta del mito di Baldr, ha raccontato tutta la storia con dovizia di particolari e siamo ora giunti alle battute finali: il corpo del giovane viene ora posto sulla pira funebre.

Non mi è mai piaciuto questo mito, è triste.

Ha ragione, è un mito triste: comincia con gli incubi di Baldr e finisce con la sua morte, ma nel mezzo ci sono i vari tentativi che i suoi genitori, Frigga ed Odino, fanno per salvarlo. Frigga, ad esempio, si era mossa affinché tutti promettessero di non fargli del male: aveva chiesto alle piante, agli alberi, alle pietre (…) e tutti avevano promesso.

Eppure qualcosa doveva essere andato storto, e tutti quei tentativi si erano dimostrati vani.

.

L., che non ha smesso per un istante di sbadigliare, si addormenta: il suo respiro si fa d’un tratto lento e regolare; Io, con lo sguardo fisso sulla piccola porzione di pavimento illuminato, penso a Frigga, la vedo viaggiare per il mondo, sola, e non posso che provare, per lei, una profonda simpatia.

Non aveva ancora fatto in tempo a lasciarsi alle spalle il profilo della città che, già, la luce ambrata del tramonto andava cedendo il posto al sopraggiungere dell’indaco della sera, accompagnato a sua volta dall’accendersi, silenzioso, delle prime stelle.

Alzando lo sguardo al cielo le era parso – e subito si era vergognata di quell’immagine a suo dire infantile – come se qualcuno, forse un qualche dio del quale doveva aver ignorato l’esistenza, si fosse adoperato per aprire una serie di piccoli fori nel firmamento. Aveva quindi cercato di allontanare il pensiero di quelle immagini – fantasticherie che, si ripeteva, non si addicevano ad una dea – , ma queste non la avevano lasciata che per qualche istante prima di tornare a ripresentarsi più numerose ed aggressive di quanto non lo fossero quando lei aveva cercato di scacciarle, tanto che, in più di un’occasione si era sorpresa a dover trattenere le lacrime. Così, era tornata a volgere lo sguardo al cielo: quel misterioso dio che, munito di puntaspilli, aveva acceso per lei le prime stelle non aveva fatto in tempo a finire la sua opera che, già, quelle infantili fantasticherie erano tornate: i fori s’erano andati trasformando in feritoie lontane e, quest’ultime, a loro volta, in finestre, cosicché ora il cielo le appariva come adornato da tante piccole finestre dalle quali, richiamata lì da qualche remoto angolo dell’infinito, lacrimava, a poco a poco, la notte.

S’era sopresa, già in più di un’occasione, a guardare il mondo attraverso gli occhi del figlio: occhi che avevano ormai esaurito il loro tempo e ai quali, la vista del crepuscolo, dell’accendersi delle prime stelle, sarebbe stata presto preclusa.

Guardava il mondo attraverso quegli occhi sempre più stanchi e lontani, ma ai quali il mondo poteva, finalmente, aprirsi in tutta la sua intrinseca, disinteressata, Poesia.

Poi, con le lacrime che copiose le rigavano il viso – aveva orami esaurito i motivi per trattenersi, giacchè la città era stata, ormai, inghiottita dall’orizzonte e alle finestre della notte non le era parso affacciarsi nessuno – si era diretta verso Nord, verso la sfera più buia della notte, lungo quella che una ritrovata Poesia le imponeva di chiamare La Via delle Falene.

II

L’alba era ormai prossima quando era trovata davanti ad un piccolo villaggio. Era un ammassarsi, le une sulle altre, di piccole casette di legno e pietra collegate tra di loro da un reticolo di strette stradine in terra battuta. Doveva aver piovuto da poco: nell’aria si alzava leggero ma inconfondibile il profumo del muschio umido e le strette stradine erano disseminate di piccole pozzanghere fangose nelle quali si rifletteva la luce, debolmente rosata, dell’alba. Lì, dalle braci che riposavano assopite in uno dei focolari, aveva ridestato una  piccola fiamma: l’aveva osservata vacillare incerta per qualche minuto, poi, una volta che questa aveva riacquistato tutto il suo vigore, si era scusata per il disturbo  e, presentatasi, aveva chiesto a quel fuoco – che divampava ora focolare come mai lo si era visto bruciare  – di promettere che mai avrebbe fatto del male a suo figlio.

Non capitava di frequente che gli dei scendessero sulla terra –  qualcuno a dire il vero conservava memoria di una visita di Thor, ma la cosa era etichettata dai più come una semplice leggenda –  e, mossi dalla curiosità, erano accorsi sulla scena anche altri, insoliti, spettatori: c’era qualche pezzo di legno, del muschio, una manciata di pietre e, nascosti tra queste, anche alcuni dei metalli dai quali i fabbri erano soliti forgiare le loro armi.

Ad uno ad uno avevano giurato tutti: nessuno di loro avrebbe mai fatto del male a Baldr.

III

Delle strette stradine del villaggio, aveva preso quella che le era parsa poterla portare più lontano e, pensava, non si era di certo sbagliata, poiché erano già diverse ore che camminava   -il sole del mezzogiorno aveva fatto in tempo a venire, riscaldarle le spalle e, infine ad iniziare la sua discesa – e la strada, ancora non sembrava interrompersi; anzi: giunta in prossimità del limite di una fitta foresta, aveva preso l’aspetto di un lungo e dritto  sentiero, circondato ai lati da due ininterrotte file di abeti scuri, tale da parer estendersi a perdita d’occhio, a tal punto che, ne era certa, anche qualora le fosse stata concessa l’eternità, non ne avrebbe potuto intravederne la fine.

Solo dopo altre innumerevoli ore di cammino, si era imbattuta in un secondo sentiero, perpendicolare al primo e tale da sembrarle anch’esso estendersi verso l’infinito, al punto che ebbe, per un istante, l’impressione di essere giunta al centro esatto del mondo e che quell’anonimo crocevia altro non fosse che il luogo, a lungo ricercato, dal quale originavano le nozioni di oriente ed occidente, settentrione e meridione.

Era un pensiero che la aveva riempita di gioia e, presa dall’estasi – nemmeno una dea, figuriamoci se sofferente, può dirsi immune al fascino dell’infinito – le era capitato di immaginarsi camminare lungo quelle vie che, protette dalle fronde degli alberi, la avrebbero portata lontano, forse, persino verso quei luoghi da cui, per la seconda volta, vedeva ora venir richiamata la notte.

Ritornata in sè, aveva mosso qualche ultimo passo lungo il sentiero, cullata dai rami degli abeti che, nel buio della notte, sembravano arrivare a sfiorare il firmamento, poi, improvvisamente stanca, si era lasciata alle spalle la fitta foresta.

Tanto più si allontanava da casa, tanto più la sua missione le appariva disperata e, quanto più si disperava, tanto più la poesia veniva, in silenzio, in suo soccorso.

IV

Nella varie versioni del mito, la vicenda di Frigga non occupa mia più di qualche riga: persino nel racconto di L. la quale è solita abbandonarsi a coloriti eccessi di interpretazione, l’intero viaggio non ha che un ruolo marginale.

Parlando di inevitabilità, nel mito questa è presente in vari gradi differenti:

Il primo grado, quello che nella nostra scala occuperà il gradino più alto, è quello che chiameremo “grado dell’inevitabilità predestinata necessaria” ed è il grado  a cui possiamo dire appartenga l’inevitabilità della morte di Baldr: il fatto che il giovane debba morire non è un “capriccio” ma rappresenta un presupposto essenziale (necessario) al corretto svolgimento dell’ordine cosmico ed è, pertanto, stata decisa ben prima dei tempi della narrazione, prima che gli dei muovessero i loro primi passi e prima ancora che gli inferi vedessero la luce. Questo grado di inevitabilità è però visibile solo a posteriori e nemmeno agli dei è dato di poterla cogliere: affinché questa abbia modo di concretizzarsi, è necessaria l’azione di alcuni intermediari che ne possano diffondere una, seppur parziale, immagine.

Nel nostro mito, questa azione è svolta dagli indovini che Odino si reca a consultare negli inferi: sono loro a metterlo al corrente del fatto che là tutto è pronto per accogliere il giovane Baldr, cosicché a lui non resterà altro da fare se non tornare indietro e dare il tragico annuncio. Possiamo chiamare questo secondo grado il “grado dell’inevitabilità profetizzata”: nella nostra scala, a questa spetta il secondo gradino, giacchè la sua origine risiede in oracoli e profezie che si svolgono in un tempo contingente a quello della narrazione e la sua portata non può che apparirci, erroneamente, ridotta.

Segue poi una serie di gradi secondari: il loro obiettivo è far si che la strada tracciata venga seguita senza che la narrazione ne rimetta in termini di coerenza: è inevitabile, ad esempio, che Frigga non si rassegni e che faccia un tentativo, ma è anche inevitabile ( necessario ) che quel tentativo abbia in sé la ragione stessa del suo fallimento ( possiamo parlare in questo caso di “inevitabilità tragica”, la stessa che ha segnato i destini di Paride e di Edipo ). Ed ecco che, nel corso della sua ribellione – perché di questo, in fin dei conti si tratta – Frigga incontrerà una piantina di vischio, ma ritenendola giovane ed innocua, eviterà di farle prestare giuramento: il giovane Baldr resterà di conseguenza vulnerabile al vischio e, proprio per mezzo di questo, troverà la morte.

Ai fini del nostro racconto, però, non dobbiamo dimenticare che, almeno per un breve intervallo di tempo, il tentativo di Frigga sembra avere avuto successo: si parla persino di rituali collettivi in cui le varie divinità si divertivano a bersagliare il corpo del giovane Baldr con ogni serie di proiettile e a constatare che nessuno di questi osava fargli del male.

Immagino che allora non si facesse altro che raccontare le gesta di Frigga, cantare di quel meraviglioso viaggio che veniva descritto e celebrato sin nei minimi particolari: allora tutti sapevano tutto di quell’impresa, quante volte Frigga avesse visto sorgere la luna, quante miglia avesse percorso e, addirittura, il numero esatto di lacrime che la dea aveva versato. Poi qualcosa era andato storto, e deve essere stata tutta una questione di secondi: la freccia incriminata aveva trafitto il petto del giovane Baldr, e d’improvviso l’impresa della dea era stata condannata all’oblio. Ad uno ad uno, i presenti avevano però dimenticato che quella morte era già stata detta inevitabile, ma c’era persino chi – e mi si stringe il cuore a pensarci – deve averne attribuito la colpa a Frigga e a quella sua tragica svista.

Ci siamo interrotti dicendo che quanto più lei si struggeva, tanto più la poesia le veniva in soccorso: Mi auguro allora si sia struggendo molto, perché avrà bisogno di molta, moltissima, poesia.

Ora, però, dobbiamo sbrigarci e tornare da lei, perché è sola e ha, da poco, iniziato a piovere: i lunghi capelli biondi le scendono, bagnati, lungo la schiena e le perle di pioggia le scivolano tra le scapole.

Ecco, questa è una bella immagine: l’acqua le scorre tra le scapole, scivola sulla pelle stanca ed indolenzita dal freddo e, intanto, promette: nessun male sarà fatto a Baldr.

V

Passo dopo passo, i piedi le affondano nella sabbia scura: è ancora bagnata, i lunghi capelli biondi le cadono sulla fronte. Dalla parte opposta del fiordo, le ripide scogliere riflettono la luce, fredda, dell’ultimo quarto di luna.

Guarda il suo riflesso nelle acque, calme della baia, anzi, no, lo indaga, già che le pare di non riconoscersi. è davvero lei quella che vede?  Non può forse essere lo scherzo di qualche dio – che sia quel primo accensore delle stelle? – che la inganna, divertendosi alle sue spalle?

Ma certo che è lei! Riconosce i lunghi capelli biondi, e gli occhi! Quelli non possono essere che i suoi: occhi grandi, come altri non ce ne sono, del colore delle notti di luna piena. Eppure guarda il volto, ancora contratto in una smorfia di dolore e le pare di non esser lei, che qualcuno abbia preso il riflesso di una vecchia signora – per la quale si sorprende a provare una certa compassione – e, a questo, avessero poi incollato i suoi occhi per confonderla.

Non ci sono dubbi, è proprio le quella che vede e la vista del suo viso, orribilmente deturpato dalla tristezza, la riempie di rabbia e persino la vista delle acque calme della baia – talmente calme che non può certo dubitare dell’attendibilità di quel suo riflesso – la irrita: vorrebbe vedere il mare alzarsi in tempesta, che la schiuma delle onde inghiottisse la spiaggia e tutto ciò che la circonda, che le montagne si sbriciolassero, che il fuoco, le pietre ed i metalli si ribellassero insieme a lei –come  rimpiange, ora , il suo atteggiamento supplichevole! -e che, al suo comando, riducessero in polvere quel mondo ingiusto che minaccia di portarle via il suo figlio prediletto.

Alza allora lo sguardo verso il cielo stellato e urla, più forte che può: vorrebbe che la sua voce potesse arrivare lassù, fino alle finestre della notte e, se possibile, oltre.

Urla, di nuovo, e si accanisce contro il suo riflesso, lo calpesta. Grida e piange, e più piange, più le viene voglia di gridare.

Ma ecco che qualcuno sembra volerle venire in soccorso: qualcosa le sfiora la mano, qualcosa di freddo, ma anche il primo tocco gentile che riesce a ricordare. Il cielo va lentamente coprendosi mentre ad uno ad uno, mandati lì da uno di quegli angoli remoti dove abita la notte, cadono i primi fiocchi di neve. Si fanno sempre più grossi e fitti, si raccolgono nelle pieghe della sua veste, sfiorano le sue lunghe ciglia bionde che, improvvisamente pesanti, si chiudono.

Tutto va tingendosi di bianco e nel fiordo smettono d’un tratto d’echeggiar le grida.

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