Favole della Buonanotte: se un lupo dovesse mangiarsi la luna

È un freddo pomeriggio di fine gennaio, il sole ha, da poco, iniziato la sua discesa mentre un alito di vento gelido, dall’oceano, si fa strada attraverso le strette stradine del villaggio. mentre l’ultima luce del giorno accarezza i pendii delle alte scogliere, prima di scomparire definitivamente dietro all’orizzonte, io e L. sediamo sui gradini di pietra che, dal villeggio, conducono verso la piccola spiaggia: il mare è, inaspettatamente, calmo.

L. indossa un golfino di lana rosa -filato a mano, credo – una ciocca di lunghi capelli biondi le ricade sulla fronte.

In alto, un timido spicchio di luna viene presto inghiottito dalla coltre di nubi che, da ovest, va abbattendosi sul villaggio.

L. ha da poco finito di raccontare una delle sue storie: i nani di Nidavellir hanno da poco forgiato la catena Gleipnir, il dio Tyr ha appena perduto la sua mano destra mentre Thor, di cui si era parlato a malapena, doveva essere da qualche parte – in oriente, forse? – a combattere contro i giganti che, come di consueto, minacciavano Ásgarðr, la cittadella degli dei.

La luce ambrata del tramonto cede ora il posto ai colori, freddi, della notte: la luce azzurra del crepuscolo scivola, silenziosa, sulle brughiere ingrigite e, per un istante, la foschia ci restituisce la vista dell’ultima falce di luna.

L. alza lo sguardo, i suoi occhi, grigi, riflettono l’azzurro della sera mentre l’aria ci porta il sapore, fresco e metallico, della neve.

Interrompe il suo racconto -non ha senso che ripeta, per l’ennesima volta, quelle storie che entrambi conosciamo- e inizia a parlare della luna.

Secondo un vecchio mito, quando gli dei ancora camminavano sulla terra, due grossi lupi, Skoll e Hati, inseguivano rispettivamente il Sole e la Luna nel tentativo di divorarli: questo per il motivo per cui, i due corpi celesti, erano costretti a muoversi continuamente nel cielo.

In effetti, sorride, la luna si è spostata e, anche se per un attimo, fa capolino tra le nuvole che, spinte dal vento, si dirigono verso la costa.

Durante l’inverno, la sera fa buio presto: poco più di un’ora fa la luce dorata del tramonto cedeva il posto all’azzurro della sera, adesso l’ultima luce del giorno è raccolta in una sottile striscia azzurrognola poco al di sopra dell’orizzonte.

Il vento si fa un po’ più forte e la spiaggia bianca di schiuma: i capelli di L., agitati dal vento, raccolgono i primi fiocchi di neve.

Torniamo verso casa, camminando in silenzio lungo le ripide stradine del villaggio deserto: la neve cade, ora, più fitta; L. fa per aprire la porta di casa, scura e pesante, ma la fermo:

– Hati (o era forse Skoll?) la raggiunge [ la luna ] alla fine?

Lei fa cenno di sì con il capo, poi aggiunge:

– Alla fine sì.

Le chiedo cosa succederà dopo, i miti sulla fine del mondo sono spesso contradittori e ho un -infantile- bisogno di un lieto fine, ma deduco che nemmeno lei, che con questi miti ci è cresciuta, ha gli strumenti per rispondermi.

– Poi basta, credo.

Anche l’ultimo fazzoletto di cielo libero – e con esso le stelle che vi avevano trovato rifugio – viene inghiottito dalla coltre di nubi: la neve si fa via via più aggressiva, sono fiocchi grossi e pesanti – piuttosto rari qui, dove la neve è spesso ghiacciata e portata dal vento – , silenziosi.

Da qualche parte nel cielo, Hati insegue la luna, almeno per questa sera, però, non la raggiungerà: che sia la neve che, uditi i nostri racconti, è corsa a nasconderne le tracce?

Con i lunghi capelli biondi ormai carichi di neve, L. entra in casa chiudendo la pesante porta di legno dietro di sè.

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