Favole della Buonanotte: Quando le donne avevano la barba ed altri racconti.

È una serata di inizio primavera, le strade del piccolo villaggio di Bour – poco più di una decina di casette riunite intorno ad un accenno di spiaggia – sono ancora umide di pioggia. Nell’aria, l’odore salmastro del mare si mischia al profumo del legno bagnato mentre la foschia della sera scende, lenta, a sfiorare le alte scogliere dalla parte opposta della baia.

L., la cui identità ho da poco iniziato a nascondere dietro alla semplice iniziale, mi aspetta, come di consueto, seduta sulla serie di gradini che, dal villaggio, portano alla piccola spiaggia dalla sabbia nera che, ora, è battuta dalla marea. Ha, da poco, acconsentito ad aiutarmi con la mia ricerca e, da qualche sera, ci troviamo per raccontarci qualche breve storia.

Si ferma per un istante; la sua voce – un po’ più rauca di quello che il suo aspetto potrebbe suggerire – cede il posto al rumore delle onde che, ritmicamente, si infrangono sulla sabbia, nera, della piccola spiaggia.

Ha, da poco, finito di raccontarmi la prima parte della sua storia, e, assicuratasi di avere ancora la mia attenzione – il mio sguardo è, del resto, fisso sulla alte scogliere dalla parte opposta della baia – , prosegue con il suo racconto.

-La terza catena si chiamava Gleipnir; era stata forgiata dai nani del regno Niðavellir e aveva la forma di un lungo e sottile nastro di seta.

Si ferma, si è accorta che ha pronunciato quella parola [Gleipnir] alla maniera Faroese e non, come ha fatto per tutte gli altri nomi fino ad ora, assecondando la pronuncia inglese: il risultato è un suono fluido ed elegante, musicale.

Le chiedo di ripetersi, una, due, dieci volte; lei, nonostante l’imbarazzo, continua la sua storia.

Provo a spiegarle che non è mia intenzione deriderla, che non voglio prendermi gioco della sua distrazione – anche io, del resto, nel raccontarle la mia storia, avevo commesso degli ‘errori’ simili – ma che, ad affascinarmi è proprio la maniera con la quale lei sia riuscita a trasformare quel groviglio di consonanti in un suono che a malapena riesco a descrivere.

Lei, per tutta risposta, dice che “groviglio” è proprio il termine giusto e che la parola in sè deve dare l’idea di qualcosa che si attorcigli, che, appunto, si aggrovigli.

Ed è, in effetti, proprio così: ogni volta che lei ripete quella parola – nonostante i tentativi di aggiustarne la pronuncia – l’impressione è che un sottile nastro di seta le stia scorrendo dalle labbra: quasi lo vedo, lungo e di raso bianco, si contorce, vivo, sulla spiaggia bianca di schiuma.

L. prosegue il suo racconto: la voce, un po’ più rauca di quello che il suo aspetto potrebbe suggerire, si è fatta ora leggermente più acuta, solare.

Gleipnir è la vera protagonista del racconto; viene nominata almeno una decina di volte e, ognuna di queste è come fosse la prima: L. nemmeno prova più ad aggiustarne la pronuncia. Ogni volta, quella prima impressione si ripresenta: Gleipnir, la parola, si allunga, si apre nelle sue vocali, scorre sulla sabbia, si contorce nel suo groviglio di consonanti per poi, infine, stringersi intorno a noi.

L. prosegue la sua storia: Gleipnir era stata forgiata dai nani che, con la magia, la avevano resa -praticamente- indistruttibile. Tra gli “ingredienti” – termine usato anche dalla stessa L. – si conta tutta una serie di “cose non cose”: la barba delle donne, il rumore dei passi dei gatti, il respiro dei pesci (…) e la saliva degli uccelli.

.

-Ma queste cose non esistono!

Sono consapevole che si tratti di un’osservazione stupida, ma è quel genere di osservazione che farebbe anche un bambino e dalle quali i miti sanno ben difendersi.

– Non esistono (più) perché i nani le hanno usate per fabbricare la catena!

Le chiedo se davvero lei creda che, in un qualche tempo lontano, le donne avessero la barba: lei scoppia a ridere e risponde che non solo ci crede, ma che, quando Gleipnir si romperà, tutte le cose usate per fabbricarla torneranno, per un istante, al loro posto.


L. è ora salita in macchina, diretta verso la capitale. Il mio ostello è a un paio di chilometri dal villaggio e preferisco camminare. Saluto la sagoma scura dell’auto che sale lungo la strada per poi scomparire dietro al primo tornante: all’orizzonte, la foschia avvolge le alte scogliere, Drangarnir – la cui forma ricorda vagamente un’ arco – è l’ultima a scomparire.

Conosco la storia abbastanza bene, non ho bisogno che sia L. a raccontarmi il finale: la catena era stata usata per legare un grosso lupo, Fenrir il suo nome, e, nell’impresa il dio Tyr aveva perduto la sua mano destra. Ad ogni modo, lo sforzo si sarebbe poi rivelato inutile in quanto Gleipnir era destinata a rompersi, come ogni altro legame, prima dell’inizio del Ragnarok, la fine di tutto.


Ripenso all’ultima frase di L., nessuno sa cosa succeda esattamente quando Gleipnir si rompe.

Si sa, per certo che il grosso lupo divorerà Odino e che, in un certo senso, sarà la fine del mondo, ma a cosa ne sia di Gleipnir nessuno ci ha mai pensato: potrebbe restare a terra immobile o, come ha detto L., le sue componenti potrebbero tornare , sia pure per un istante, al loro posto.

Nella mia mente vanno delineandosi le immagini di un’apocalisse preannunciata da donne con la barba, pesci con l’asma e dal tremare della terra sotto i passi dei gatti: è il genere di fine del mondo a cui non mi dispiacerebbe assistere.

Scoppio a ridere da solo, in un punto imprecisato della strada che unisce Sørvágur e Bøur.

Inizia a piovere, il vento si fa più forte e il boato dei tuoni più viicino: una macchina si ferma, una signora dai capelli rossi mi chiede se io abbia bisogno di un passaggio.

Esamino il suo volto, nemmeno un accenno di barba: c’è un tempaccio, ma non è (ancora) la fine del mondo.

002_TalesFromTheNorth
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