Gestr

Capita di frequente che qualcuno, amici o conoscenti, mi chiedano chi si nasconda dietro al personaggio di L. Qualcuno, poi, più informato di altri, mi chiede perché io, a distanza di anni, mi trovi ancora a scrivere di questo personaggio.

È sempre difficile per me rispondere a questo tipo di domanda: dal mio -personalissimo- punto di vista, è più che evidente che la L. degli ultimi racconti non è nulla più che una maschera, un personaggio a cui spetta, l’ingrato compito, di intrattenermi con quelle storie che, poi, spetta a me raccontare.

Meno facile però è capire “quando” L. , che pure è stata reale, persona e personaggio, sia diventata quello che ho, poco elegantemente, definito un “biondo dispensatore di leggende”: del resto, la serie di racconti che la vedono protagonista non segue un ordine cronologico e la rottura appare, di conseguenza, meno netta.

Complica le cose il fatto che, negli anni ho sempre cercato di nascondere la sua persona dietro ad una sorta di primitiva intangibilità che, pur conferendole una sorta di stoica autorevolezza, non le ha mai reso la dovuta giustizia.

Con il tempo, L. ha raccolto poi un piccolo, ma affezionato gruppo di sostenitori ed è a loro che confesso che non solo la L. “reale” mi manca, ma anche che, almeno ai miei occhi -critici ben più severi del mio pubblico di parenti e amici- i miei racconti hanno risentito della sua assenza.

Io, però, scrivevo ancor prima di conoscerla e, di conseguenza, non posso permettermi di ritenerla responsabile per la relativa piattezza dei miei ultimi racconti.

Quanto al mio primo testo, lo ricordo ancora, fu un breve monologo teatrale, ispirato dall’opera di un noto scrittore italiano e da una serie di figure della mitologia del nord che, ancora, non conoscevo bene.

Era l’estate del 2016, la ricordo perché particolarmente torrida e, soprattutto, perché da lì a pochi mesi A, che da persona non fece mai in tempo a diventare personaggio, avrebbe deciso di aprirsi un varco e dare un’occhiata a quello che si nascondeva al di fuori di quello spettacolo tragicomico -low budget, aggiungerei- che era la mia vita di allora.

Quello che vide là fuori dovette piacerle molto perché, di fatto, non fece più ritorno.

A lungo ho provato, anche attraverso lo sguardo dei miei innumerevoli personaggi, ad immaginare cosa lei potesse aver trovato, ma ad ognuno di noi è dato un numero limitato di orizzonti oltre ai quali poter guardare e questo, purtroppo per me, non rientra nei miei.

Tornando al mio monologo, credo sia giunto per me il momento di raccontare.

*Gestr fa la sua comparsa in scena, ha una candela con sé, accesa.*

Chiamatemi Gestr.

Vorrete scusarmi se, dopo tanti anni, ancora non sono riuscito a trovare un modo migliore per presentarmi.

Sono nato nella tenuta nota con il nome di Grøning, nell’odierna Danimarca. Mio padre doveva essere una persona piuttosto importante perché, pochi giorni dopo la mia nascita, venne organizzata una grande festa a cui parteciparono tutti, uomini e dei.

Ovviamente erano tempi diversi, gli dei erano molti e non era poi così raro che scendessero sulla terra per sbrigare tutta una serie di faccende delle quali, a noi mortali, non è dato sapere.

Tra i presenti, come ospiti d’onore, c’erano anche le Norne, figure che immagino voi non conosciate, e che mi permetto quindi di presentare brevemente: erano tre signore, due delle quali piuttosto anziane, che avevano l’ingrato compito di decidere i destini delle persone. Se al momento della creazione i destini degli dei e del mondo erano apparsi già chiari e definiti, quelli degli uomini erano ancora tutti da decidere e il compito spettava proprio alle Norne.

Con loro non si poteva scherzare: una parola sbagliata e quelle ti appioppavano il peggiore dei destini.

Io, di quella sera non ricordo molto: avevo, del resto, appena aperto i miei occhi sul mondo e gli dei e il destino non rappresentavano per me motivo di preoccupazione più di quanto non lo fosse il ricevere la mia poppata quotidiana.

Qualcosa ad un certo punto dovette però essere andato storto perché, almeno così raccontano, una delle Norne decise – in maniera un po’ vigliacca, diciamolo- di maledirmi: la mia vita non sarebbe durata certo più della candela che, rapidamente, si consumava al fianco della mia culla.

Fortunatamente, due delle altre Norne erano ancora dalla mia parte: spensero la candela e dissero ai miei genitori di prendersene cura e di non lasciare, per nessuna ragione, che quella si consumasse. Salvo quell’inconveniente, mi predissero una vita lunga e felice e, a fine festa, mi salutarono con un inchino.

Questa storia mi venne raccontata in occasione del mio sedicesimo compleanno, quando i miei genitori mi ritennero maturo a sufficienza da poter custodire quella mia personalissima reliquia in autonomia.

Fu così che, all’età di diciassette anni, con la chiave della mia immortalità ben nascosta sotto il mantello, mi misi in viaggio.

Si dice che io abbia resistito trecento inverni prima di arrendermi alla noia della vita eterna, ma io insisto col dire che sono stati molti di più.

Per capire quanto straordinaria fosse la mia situazione, vi basterà pensare che ai quei tempi, nemmeno gli dei erano immortali e che le norne si erano ben premurate di dare una degna conclusione anche alla vita degli dei: ci sarebbe stata, un giorno, una grande battaglia e la terra sarebbe stata, infine, divorata dalle fiamme.

Di me, però, non si accennava nemmeno e, in tutta sincerità, a me andava bene così: ho passato buona parte della mia vita a viaggiare e, quando proprio non se ne poteva fare a meno, a combattere. Sono stato, ora che ci penso, anche poeta ed è capitato che qualcuno, non così di frequente, mi confondesse con Odino che, pure, era solito viaggiare, combattere e raccontare storie.

Fu proprio Odino, vagamente indispettito, a dirmi che alcuni poeti avevano a tal punto confuso le nostre figure da trasformarci in una persona sola: la cosa però lo divertiva e, nonostante la sua apparente serietà, anche lui ha sempre avuto la passione per i divertimenti e gli inganni.

La cosa mi lusinga molto e, in uno dei nostri incontri, ne parlai persino con lui: come ho detto, non era poi così raro per gli dei camminare sulla terra e, nella mia lunga vita, ne ho incontrati parecchi.

Come vi ho detto, allora gli dei erano soliti scendere sulla terra e, anche se raramente, poteva capitare che si fermassero a scambiare qualche parola con pochi, fortunati, uomini. 

Pare poi che io abbia combattuto al fianco del figlio del leggendario re Ragnarr, tale Bjorn detto “fianco di ferro”. Era un eccellente guerriero ma, ve lo devo confessare, non mi sono mai piaciuti più di tanto quelli come lui: io avevo avuto una vita già molto lunga quando lo incontrai la prima volta e ragionavo già come un vecchio. Nonostante il mio corpo fosse ancora giovane ed adatto alla battaglia, la mia mente voleva solo dedicarsi agli ozi della vecchiaia.

La madre di Bjorn era la leggendaria Aslaug: dico leggendaria perché so che nei secoli successivi le avrebbero dedicato parecchi racconti.

La incontrai una volta sola, di sfuggita, ma ci mancò poco che me ne innamorai: dovete sapere che, per gli immortali -o per i presunti tali- l’amore è una faccenda complicata e qualcosa da cui, se possibile stare alla larga.

Di lei si diceva fosse la figlia di Sigfrido, il grande eroe, e della valchiria Brunilde: a chi ne dubitava, si raccontava che, nascosto nel suo occhio destro, vi fosse il segno del drago Fafnir, ucciso da Sigfrido.

Queste sono, ovviamente, delle fandonie: non vi era nessun motivo per poter dubitare della natura di Aslaug per la cui bellezza anche gli dei, se in quel momento non avessero avuto altro di cui preoccuparsi, si sarebbero fatti la guerra.

Dico così perché anche per gli dei non erano tempi facili: qualcosa doveva essere andato storto nei piani delle Norne perchè, di fatto, sparirono da un giorno all’altro. Non ci fu nessuna grande battaglia nel cielo e, come ben saprete, la terra non venne avvolta dalle fiamme.

Devo ammettere che, in parte, la colpa fu anche mia: ero, allora, una delle guardie di Re Olaf che, impressionato dalla mia storia, mi tenne sempre particolarmente vicino. 

Fu così che, quando lui chiese il mio aiuto per diffondere quella sua nuova religione, io lo aiutai più che volentieri: almeno sulla carta, sembrava poter funzionare.

La mia storia si interrompe, ufficialmente, qui: si dice che la mia vita sia durata non più di trecento inverni.

Mi auguro che la mia presenza oggi, su questo palco, sia sufficiente a dimostrarvi che non è andata così: ho camminato per questo vostro buffo pianeta fino ad oggi e, ve lo devo proprio dire, ne ho viste di cose. 

Vorrete scusarmi se ora, mentre la mia candela va finalmente consumandosi, voglio pensare a qualcosa di bello.

Mi chiedo che fina abbia fatto, Aslaug.

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