Heimfra

Sedevo su di un muretto nella consueta cornice offerta dal piccolo villaggio di Bour al termine di una fredda giornata invernale. La spiaggia era ancora ostaggio della schiuma biancastra delle onde e a me non restava che aspettare che la marea mi restituisse quella sottile striscia di sabbia scura dove programmavo di scattare le ultime fotografie di quel, settimo, soggiorno Faroese.

Intanto, poco distante dalla chiesa imbiancata di calce, una ragazza dai lunghi capelli rossi si esercitava in compagnia del suo cavallo, un simi-islandese dal mantello bianco.

All’orizzonte, la sagoma scura delle alte scogliere emergeva, di tanto in tanto, dalla foschia e, in lontananza, si distinguevano chiaramente le creste delle alte onde dell’atlantico.

Era un posto del quale avrei avuto nostalgia.

Era capitato in passato che qualche conoscente mi avesse chiesto, visto il mio blaterare di futuri viaggi ed avventure, se non avessi mai sentito nostalgia di casa: era una domanda alla quale non sapevo, e non volevo, rispondere e, di conseguenza, mi ero limitato a pronunciare qualche frase sconnessa sulla banalità della nostalgia e ad abbandonarmi ad una serie di voli pindarici circa le varie etimologie di quel termine tanto abusato sperando, in tal modo, di evitare altre domande scomode.

Non avevo nostalgia di casa e, fatta eccezione per quel piccolo lembo di sabbia scura, non avevo mai provato nostalgia di un dato luogo: c’erano stati, si, dei posti verso i quali potevo forse aver provato una sorta di affetto e ai quali avrei poi fatto ritorno, ma tale ritorno, dettato certo da una forma di attaccamento emotivo, non avrebbe avuto in sé nulla di realmente nostalgico.

Posso dire, in un eccesso di sintesi, che è più facile scappare in posti che si conoscono e che è inevitabile sviluppare un rapporto affettivo con un luogo che ci abbia accolto più volte.

Quanto a “casa”, una serie di spiacevoli circostanze avevano fatto si che, col tempo, io non percepissi più nessun legame affettivo con il luogo nel quale mi era capitato di dover crescere.

Mi era persino trovato, in uno dei miei racconti, a paragonarlo ad una “fossa di serpenti”: leggevo allora la Saga di Ragnarr Braghe di Cuoio e, il paragone -poco più di una battuta- mi doveva essere sembrato particolarmente arguto, tanto da averlo reso, seppur con delle precauzioni, “pubblico”.

Mi aspettavo che il tradire una simile insofferenza, avrebbe spinto gli accuratamente selezionati lettori a riflettere su tutta una serie di spiacevoli faccende che avevano, di fatto, arrecato dei danni non indifferenti alla mia serenità, ma ciò non avvenne ed io finii per ritrovarmi, ancora una volta, dalla parte del torto.

Se mai c’era stato un qualche tipo di legame tra me e la madrepatria, questo doveva essere nascosto nella serie di rapporti che ero riuscito, malgrado le difficoltà, a creare ma che erano, ormai, andati perduti.

Una volta abbandonata questa spiacevole riflessione, dovetti notare che il mio aspetto aveva suscitato una certa curiosità.

Capitava, infatti, che gli abitanti del piccolo villaggio si fermassero a parlare con me: chiedevano cosa io ci facessi lì, -qualcuno di loro mi aveva, del resto, già visto vagabondare tra le strette stradine del paese nei giorni precedenti- e se avessi o meno bisogno di qualcosa.

Queste impreviste conversazioni offrivano l’opportunità di ripercorrere, seppur brevemente, le tappe del mio viaggio.

Recitavo, per così dire, la parte dell’artista; ma si trattava di un passatempo e di un efficace stratagemma per catturare una qualche forma di benevolenza.

L’ultima a rivolgermi la parola era stata la ragazza dai lunghi capelli rossi.

Mi aveva chiesto perché stessi aspettando, con tanta pazienza, la bassa marea ed io le avevo prontamente risposto che avevo in mente una particolare foto da scattare: l’idea era quella di scrivere una qualche parola sulla mia agenda e poi fotografarla mentre adagiata sulla sabbia scura.

La parola scelta, però, mi avrebbe attirato addosso ulteriori antipatie ed ero rimasto, proprio quando la marea mi aveva restituito la spiaggia, privo di idee.

Avevamo parlato per un po’, e quando lei aveva dovuto rincasare si stava, ormai, facendo buio.

La luce scura del tramonto aveva iniziato la sua lenta discesa: dopo aver sfiorato le punte delle alte scogliere, scendeva ora sulla sabbia nera; la mia foto avrebbe dovuto aspettare.

Diedi un’ultima occhiata a quel paesaggio che veniva, lentamente, inghiottito dall’arrivo, precoce, di una notte d’inverno.

Era un posto del quale avrei provato una profonda nostalgia.

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