Gleipnir: non si parla della fine del mondo

Avevo lasciato Torshavn quella stessa mattina: avevo salutato il profilo della capitale, che dalle acque calme del porto si arrampica lungo la collina, e avevo preso, poi, quell’unica strada che attraverso le brughiere, dorate nella loro veste invernale, collega le varie isole.
Una volta raggiunta l’Isola di Vagar, quella più ad Ovest, avevo avuto l’impressione di vivere un primo, grande, ritorno a casa: i cinque villaggi, Sandavagur, Midvagur, Sorvagur, Bour e Gasadalur, tutti allineati lungo quell’unica strada erano lì, con lo stesso aspetto di sempre: solo un leggero velo di neve sulla cima delle scogliere più alte differenziava quella vista da quella che avevo trovato ad accogliermi solo qualche mese prima, in occasione della mia ultima visita.
Questi villaggi, che a prima vista mi erano parsi sempre uguali a loro stessi, se osservati attentamente tradivano un universo di piccoli, ma costanti cambiamenti, superficiali forse, ma abbastanza percepibili – tanto nel loro impatto “estetico” quanto nei loro intenti – da risultare, a tratti, fastidiosi.
L’impressione finale era stata quella di camminare attraverso le strade, scure e deserte, di un ricordo sfumato: un vago sentore di indefinito, misto al profumo del legno ancora umido di pioggia, aveva accompagnato i primi passi del mio ritorno.
La casa era, in compenso, incantevole: piccola, dagli interni rivestiti in legno chiaro, affacciava direttamente sulle acque della baia.
Avevo lasciato Torshavn quella stessa mattina e lo avevo fatto a malincuore: solo qualche ora prima di lasciare la città, sedevo ancora, B. di fronte a me, in un modesto caffè del centro: la luce ambrata del tramonto filtrava attraverso le vetrine e accarezzava timidamente i suoi lunghi capelli rossi.
Ci eravamo dati appuntamento più tardi, quella stessa sera, per un secondo caffè -poi diventata una birra- e, fattosi tardi, ci eravamo salutati con un lungo abbraccio. Quando le avevo rivelato che, se lei lo avesse voluto, avrei potuto fermarmi nella capitale per ancora qualche settimana, lei aveva insistito affinchè io partissi – come da programma – all’alba del giorno dopo.
Accarezzavo il pensiero di quella nostra ultima uscita e di quel suo cappotto rosso, leggermente sgualcito, che cadeva largo sul suo corpo minuto nascondendone le forme e, intanto, pensavo al fatto che, velatamente o meno, ero stato rifiutato.

Più tardi, nel primo pomeriggio, avevo raggiunto Bour: il gruppetto di case di legno scuro era ancora lì, affacciato sulle acque calme della baia: una striscia di sabbia scura, parzialmente coperta dalla schiuma delle onde, segnava il labile confine tra la terra e il mare.
Conoscevo bene le strade di Bour, un reticolo di strette vie che si infilano tra le singole case, tanto da saper in che direzione volgere lo sguardo per evitare di trovarmi -come già era capitato, involontariamente, tante volte – a fissare attraverso le finestre affacciate sulla strada.

È una vecchia tradizione quella per cui, ora, provo a tracciare un segno sulla sabbia scura: con il dito disegno un cerchio, poi un secondo, e infine un terzo. Abbozzo la forma stilizzata di un pupazzo di neve, una sorta di “firma”, ma, una volta giunto il momento di tracciare il segno dell’iconico cappello a cilindro che renderà il mio segno immediatamente riconoscibile, ho un ripensamento; indietreggio e lascio che un’ultima onda, ritardataria, ritraendosi, porti con sé ogni traccia di quel mio disegno incompleto.

Tabula rasa.
Ricomincio.

Anziché un disegno, ora lascio una parola -Gleipnir-.
All’orizzonte, le alte scogliere sono avvolte da una nebbia sottile che ne lascia, ancora per poco, intuire le forme: presto, il profilo scuro di Drangarnir e di quelle isole che ormai ho imparato a conoscere sarà inghiottito dalla foschia.
Un gruppo di persone osserva ora, perplesso, la mia scritta: chi o cosa è Gleipnir?
Li ascolto formulare una serie di ipotesi improbabili: parlano di acronimi, sigle -come se di una sigla di potesse trattare!- e solo alla fine, a corto di ipotesi, si rivolgono a me: per la prima volta, in una imprevista inversioni di ruoli, tocca a me raccontare quella storia che, nelle sere d’estate e proprio su quella stessa spiaggia, L. aveva raccontato a me.
È la storia dei tre figli del dio Loki, tra i quali figurava anche un grosso lupo: Fenrir, questo il suo nome, cresceva ogni giorno di più, tanto che persino gli stessi dei temevano ora per la loro incolumità. Avevano provato quindi, con l’inganno, ad incatenarlo per mezzo di una robustissima catena, ma questi era riuscito a liberarsene con estrema facilità. Provarono allora con una seconda catena, di ferro durissimo, ma il era riuscito a liberarsene con altrettanta facilità.
– La terza catena si chiamava Gleipnir –
Mi fermo un secondo, provo ad emulare il tono di L. quando, per la prima volta, mi aveva raccontato quella storia, ma senza successo: il suono delle mie parole è freddo, come se la mia lingua non fosse ancora in grado di addomesticare quel groviglio di consonanti.
-Aveva l’aspetto di un sottile nastro di seta, ma i nani, nel forgiarla, erano ricorsi alla magia e Gleipnir era, o almeno così si diceva, indistruttibile –
Mi fermo, di nuovo, sperando di essere riuscito almeno questa volta a riprodurre l’effetto sperato.
Nulla.
Quando L. mi aveva raccontato di Gleipnir: avevo avuto, allora, l’impressione di poter quasi sentire, nella musica di quella parola antica, lo scorrere di un sottile nastro di seta: scorreva dalle sue labbra per arrivare poi a cingere ogni cosa.
Quella musica, però, si era, più volte, rifiutata di obbedirmi.

Continuo la storia: il grande lupo è ormai innocuo: Gleipnir si stringe attorno a lui, lo soffoca.
Il mio pubblico non sembra essere particolarmente entusiasta, vuole sapere di più, vuole sapere cosa succede dopo.
Io, però, non ho più voglia di raccontare: presto sarà buio, un nevischio leggero macchia di bianco la sabbia scura che, ora, pare d’argento.

I fiocchi, sempre più fitti, cadono sulla brughiera dorata, la luce ambrata del tramonto filtra attraverso la foschia, il mare è calmo, color blu cobalto.
Mi viene offerto un passaggio che accetto volentieri: Sandavagur e la casetta affacciata sulla baia sono a più di dieci chilometri.
Fuori dal finestrino è presto buio.

Penso alle ultime parole di una sera di qualche anno fa, L. ha appena finito di raccontarmi una storia, la neve si raccoglie tra i suoi lunghi capelli biondi, io le chiedo di continuare, insito: che succede quando Gleipnir si rompe?
È una sera di fine inverno, fa freddo, ancora la neve cade, fitta, pesante: pesa sulle palpebre, apre le mani.
Lei si gira verso di me:
“non si parla della fine del mondo”.

Camminiamo lungo le strette stradine del villaggio fino ad un bivio, poi ci separiamo.

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